Tra tutti i luoghi visitati, Ebensee è stato quello che mi ha colpito maggiormente poiché ciò che ho visto combaciava perfettamente con ciò che mi ero immaginato di un campo di lavoro.

Per giungere all’ingresso delle gallerie abbiamo dovuto affrontare un sentiero ghiacciato e ripido.  Anche se vestiti con abiti invernali e calzature adatte al luogo innevato e gelido, il tragitto non è stato uno dei più semplici ed è in quel momento che ho paragonato me stesso ad uno dei possibili detenuti:

Immaginate di dover percorrere a piedi nudi, con un piccolo straccio come abito e a digiuno da alcuni giorni, una salita composta da ghiaccio scivoloso e da rovi, rami secchi e pungenti che minano il terreno.

Una vera tortura, e non era che l’inizio.

Una volta in cima, il paesaggio circostante mi sembrava la sceneggiatura di un film fantasy:

la neve bianca faceva da spalla a delle alture tipicamente boschive, un silenzio , una quiete e una pace incredibile……

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l’unico rumore era il tintinnio delle gocce, di un piccolo corso d’acqua, che si infrangevano innanzi all’entrata delle gallerie.Tutta quella natura quasi mi faceva dimenticare il luogo che stavamo per visitare.

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Il contrasto fra la bellezza della natura creata da Dio e l’orrore creato da un uomo che si sentiva mandato da Dio era impressionante, come quando in poesia si usano degli ossimori.

Una volta all’interno, ai lati della galleria, vi era un’esposizione fotografica, con immagini di vario genere. Questo però mi distraeva, io volevo capire attraverso il luogo stesso cosa potesse provare un detenuto, non attraverso delle fredde immagini, che anche se mi colpivano, rimanevano solo immagini.

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Ho riprovato ancora una volta quella sensazione di “nuovo e ricostruito”…così come a Mauthausen tutto mi sembrava troppo pulito e fresco, anche sotto una galleria.

Distanziatomi dal gruppo, iniziai a vagare nella grande galleria.. strusciavo le mani sulle pareti, e sentivo quel ruvido materiale roccioso bruciarmi i polpastrelli..ad occhi spalancati guardavo tutto quello che mi circondava, e un po’iniziava a mancarmi l’aria.

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Il freddo mi avvolgeva le braccia, e creava brividi lunghi per tutta la schiena..Iniziavo a capire, per quello che riuscivo a immaginare e a provare, cosa volesse dire stare all’interno della galleria.

Nelle pareti laterali si intravedevano i resti di altri cunicoli, scavati per ampliare quella che era la zona principale di lavoro. Mi sembravano delle vere e proprie grotte spettrali, delle quali intravedevi bene l’entrata, illuminata dai faretti, ma non la fine..quasi non terminassero mai.

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Iniziavo a sentirmi allo stretto in quel tunnel,al buio,da solo e dimenticato da tutti … un poco come chi da là non è riuscito più ad uscire, a smettere di sentirsi stretto.La luce era al di là quel macabro cancello.

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Sono uscito a rifiatare e mi sono ritrovato di nuovo in quello che sembrava un piccolo paradiso naturale, ma ora, tutta quella natura, mi appariva come falsa, costruita apposta per nascondere quello che era alle mie spalle. Una gigantesca maschera posta sul viso di quel dannato campo di lavoro.

Era come la quiete prima della tempesta, tanto bella appariva ai miei occhi quanto tetra e cupa era in realtà.

Senza titolo-1 copia

 

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