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Pietro Occhi, originario di Mariano di Valmozzola, si arruolò nella Guardia di finanza nel 1943 a 18 anni. Svolse il suo servizio a Gironico al confine con la Svizzera. Già qui iniziò la sua attività antifascista, favorendo il passaggio di cittadini italiani ebrei che, per sfuggire alle leggi antisemite del ’38, si rifugiavano Svizzera.

Tornato con una licenza a Valmozzola, decise di diventare disertore aderendo così alla Resistenza. Venne arrestato a seguito di un rastrellamento nazista nel marzo 1944. Deportato prima a Mauthausen, poi in vari sottocampi, giunse infine ad Ebensee nella primavera del 1945.

Il lager di Ebensee nel 1945

Il lager di Ebensee nel 1945

 

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A Pietro venne dato il triangolo rosso che identificava i prigionieri politici e il numero di matricola 76481

 

 

Anche lui quindi fu costretto a durissimi turni di lavoro in condizioni climatiche estreme, fra malnutrizione e angherie. A Ebensee il solo lavoro era da considerarsi un tortura. L’umidità e il gelo rendevano ogni attività estenuante.

Coperto da un semplice e pigiama a righe, il freddo era un’ostico nemico per la sopravvivenza di Pietro:Ebensee era infatti chiamato “la Siberia dell’Austria” e proprio nel 1945 la temperatura scese a meno 15°C e ,inoltre, continuarono le nevicate incessantemente durante il mese di Marzo.

Inverno

Il campo venne liberato dai soldati alleati il 6 Maggio 1945.

Le truppe americane trovarono centinaia di morti-viventi, deboli e magri tanto da non reggersi in piedi e cercarono di curare malati e prigionieri negli ospedali da campo con le poche risorse disponibili.

Sopravissuto alla liberazione del campo nel 1945

Sopravissuto alla liberazione del campo nel 1945

 

Fra questi morti-viventi probabilmente vi era anche il povero Pietro. Nonostante la sua breve permanenza nel campo, le sue condizioni fisiche risultarono gravissime e,  seppur ospitato in un ospedale da campo, non ce la fece.

Pietro Occhi morì il 19 Giugno 1945.

Seppur l’effetiva causa della sua morte non è stata accertata, la sua scomparsa è facilmente imputabile alle condizioni estreme e insostenibili che minarono il suo corpo durante la sua breve ma intensa esistenza.

Michela Cerocchi, nel suo articolo “Una vita riemersa. La Storia di Pietro Occhi”, conclude la sua ricerca con questa riflessione che ci sembra doveroso riportare:

“Pietro, come tanti altri, mise a rischio la sua vita fino a perderla per costruire un mondo migliore. A lui dobbiamo la memoria, il ricordo e il nostro impegno per il futuro.”

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