Prima della visita al Castello di Hartheim non ne conoscevo la storia. Non mi ero particolarmente documentata. Conoscevo in parte il “progetto eutanasia” grazie al monologo di Marco Paolini “Ausmerzen”, ma mai avrei immaginato che in quel castello, tra quelle quattro mura potessero essere stati commessi tanti atti brutali.

Siamo arrivati al Castello alla mattina. C’era un sole splendido e il castello era veramente stupendo. Un perfetto esempio di castello rinascimentale. Prima di entrare, la nostra guida, Helmut, ci ha spiegato che in passato era una residenza estiva per una famiglia nobile del luogo. Questa parte di storia del castello è in profondo contrasto con la storia degli anni successivi, quando la residenza è passata sotto il controllo del Reich.

A piano terra si trovano le stanze del memoriale, per ricordare le vittime del progetto eutanasia ad Hartheim, la camera a gas ed altre stanze che venivano utilizzate dai medici per lo sterminio.

Siamo saliti al primo piano. In una stanza c’erano tante sagome di uomini al centro e  negli angoli quattro sagome di colore diverso a simboleggiare l’isolamento dei disabili nella società nazista:  il colpo d’occhio è molto forte. Mi ha fatto capire in concreto di come venissero trattati i disabili o i malati di mente dal regime: erano emarginati, considerati diversi e inutili per la società.

L’esposizione continua fra gli oggetti che venivano utilizzati dalle suore per aiutare i ragazzi disabili e i manifesti del Reich che inneggiavano allo stereotipo ariano, pubblicizzando lenti a contatto azzurre e capelli posticci biondi, e incentivava le famiglie tedesche a  creare la famiglia perfetta formata da madre, padre e due figli che ovviamente dovevano crescere forti e si dovevano mettere a disposizione del regime.

Helmut ci ha spiegato di come, anche in Austria, i disabili, prima del regime fossero inseriti nella società, soprattutto in campagna ognuno poteva svolgere un compito e dare il suo piccolo contributo alla comunità. Hitler, al contrario, riteneva queste persone incapaci e quindi inutili per la società e, come tali, indegni di vivere.

Oggi per fortuna non è più così. Nelle altre sale del museo, le foto di ragazzi e ragazze disabili  ritratti mentre svolgono il loro lavoro chi in biblioteca, chi in qualche mensa rendendosi utili per qualcun altro dimostra una grande attenzione all’integrazione.

In questa ala del castello è ingrandito sul muro il primo articolo della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.”. Questo diritto è fondamentale per l’esistenza dell’uomo. Un uomo che si definisce tale non dovrebbe mai imporsi su un altro in modo violento, soprattutto se esso è più debole e se ha bisogno di aiuto.

Mi ha fatto molto riflettere perché conosco bene un paio di ragazzi con disabilità mentale. Ogni volta che parlo con loro, che mi raccontano anche solo piccoli pezzetti di una loro giornata, hanno il sorriso stampato in faccia. Spesso ci ritroviamo a osservare ragazzi con la Sindrome di Down oppure che hanno perso un braccio o l’uso delle gambe in qualche incidente, mentre gareggiano in una piscina o su strada in una gara di Handbike. Le emozioni che ci fanno provare quando vincono sono da brividi e hanno sempre lo stesso sorriso stampato in faccia. Questo è bellissimo. Questi ragazzi sanno donare un amore profondissimo, che nessun altro sarebbe in grado di donarci. Purtroppo i disabili internati in questa casa della morte non hanno potuto donare a nessuno il loro amore e il loro sorriso e nessuno ha mai avuto la possibilità di riceverli. Questo aspetto ha suscitato in me una profonda tristezza.

 

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