Aldo Carpi (1886-1973), uno dei più originali pittori italiano del ‘900 fu arrestato per antifascismo nel 1944, fu deportato per quasi un anno e mezzo prima a Mauthausen poi a Gusen, dove scrisse questo libro.

Nonostante fosse severamente vietato ai prigionieri tenere diari privati, Carpi continuò a scrivere conoscendo il rischio che correva. Il suo, dunque, è forse l’unico diario uscito dal campo di Gusen e per questo la sua testimonianza risulta unica ed eccezionale.

Carpi, benché fosse in età già avanzata, riuscì a sopravvivere grazie alla sua abilità artistica. Le SS spesso gli richiedevano ritratti e per questo era esonerato dai lavori manuali. Ciò che dipinse nel campo ovviamente non era frutto di ispirazione spontanea ma di un obbligo e per questo lui stesso definisce queste sue opere “senza risorse e senza base, come del pane senza sale, un caffè fatto coi fondi, un brodo freddo”. Nonostante questo i suoi schizzi rappresentano comunque una schietta e importante testimonianza sul campo.

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“Come io sia oggi non so. Ho freddo e sono stanco: mi pare di essere debole. Eppure oggi mi venivano in mente le più belle melodie classiche sentite e imparate a casa; e cantavo. È la sera forse. Quando si canta si evade e si dimentica, quando si fatica si ritorna alla base, alla realtà. Sono alla base di me stesso, ma non mi dispero, non ho mai sentito disperazione: sempre calma, speranza, sguardo in alto e lontano. Due certezze sono subito al di là della sottile parete, Dio e voi; basta un mio fremito perché la parete vibri come un timpano per avvertirmi che subito al di là c’è amore e speranza.”

“[…]Una volta sognai la mia morte; mi vedevo morto disteso in terra e mi guardavo; c’era un bel sole sulla campagna e io ero accanto a un campo di grano maturo; c’erano intorno fiori vivi, non composti in corona. Che serenità, che semplicità in quel paesaggio, in quella dimensione del corpo, e io che restavo libero e contenuto.”

“Giovani cari ed amati del lager, voi che avete riempito fino all’orlo la fosse dei morti, là nel crematorio, voi dei quali non rimane più alcuna traccia perché persino il vostro numero e il vostro nome sono spariti, persino dai registri bruciati l’ultimo giorno in tutte le stufe delle SS: i vostri nomi perduti con le vostre ceneri gettate col carbone e le immondizie in un luogo qualunque della Steinbruch… Poveri visi di pianto senza speranza, poveri volti distrutti, poveri corpi piagati e scarnificati che a stento, sulle gambe malferme, riuscivate ad arrivare al Revier, o eravate portati dai compagni, per finire più miseramente ancora, abbandonati e maltrattati, nel Bahnhof del B1.31. Ogni mattina, ogni mezzogiorno, ogni sera vedevo i vostri corpi uscire, trascinati fuori della porticina, sporchi di ogni sporcizia, e lasciati in terra nell’attesa del carretto che vi portasse al crematorio. Noi tutti, tutto il popolo qui attorno ha respirato quei detriti leggerissimi che l’aria trasportava dappertutto, e che si vedevano scendere lentamente davanti ai nostri occhi come animelle volanti, detriti di carbone impalpabile che dove si posavano non si potevano più togliere, che aderivano indelebili come se fossero immateriali perché erano solo colore ormai.”

Schizzo di Aldo Carpi

Schizzo di Aldo Carpi

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