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Oltrepassato il grande portone d’ingresso ci siamo ritrovati nel grande piazzale dell’appello. Oggi ci siamo solo noi e facciamo fatica ad immaginarlo stipato di prigionieri, solo le immagini dell’epoca possono aiutarci ad immaginare e a capire davvero il significato drammatico della parola “sovraffollamento”.

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Il campo, composto da Lagher I, II e III ha la struttura inconfondibile di un luogo di detenzione forzato: rettangolare, circondato da altissimi muraglioni con un fittissimo sistema di torrioni armati.

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Era illuminato 24h su 24, isolato per 2 o 3 km da appositi sbarramenti ben sorvegliati.

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Nella parte interna vi erano reticolati di filo spinato elettrificato, sul quale vennero uccisi molti detenuti; alcuni per divertimento delle guardie del campo, altri vi si buttavano in modo volontario per porre fine all’incubo che stavano vivendo.

Spesso i prigionieri appena arrivati venivano lasciati sul piazzale per ore  e ore, a volte tutta la notte. In questo modo cominciava la selezione: chi non moriva per il freddo veniva inviato alla doccia che si trova nel primo fabbricato del Lagher I, a destra del piazzale dell’appello.

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-Un’immagine degli interminabli appelli

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La nostra visita inizia proprio dalle docce (washerei); qui i prigionieri venivano lavati con acqua spesso fredda, rasati in tutto il corpo per evitare infestazioni da pidocchi. Un solo pidocchio poteva essere motivo di condanna a morte. L’ambiente è ancora molto umido e maleodorante.

Nell’edificio a fianco si visitano le cucine (küche); il desiderio di ogni detenuto era di esservi assegnato. Noi facilmente ne capiamo il motivo: per poter godere di qualche razione extra di cibo o semplicemente per poter condurre un regime di lavoro meno duro e meno esposto alle intemperie. Tuttavia la maggior parte dei detenuti assegnategli erano tedeschi. Essi infatti venivano comunque trattati un po’ meglio rispetto ai detenuti stranieri.

Tutti questi ambienti, come anche il krematorium, sono quelli originali.

Oggi il Lagher II è il cimitero delle salme sconosciute

Oggi il Lagher II è il cimitero delle salme sconosciute

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Sulla parte opposta del piazzale visitiamo le baracche. Sono state ricostruite con l’intento di ricordare ma a noi sembrano troppo pulite e profumate e subito non riusciamo a renderci conto della realtà del passato. Appena la nostra guida inizia la spiegazione, invece, cominciamo ad immaginare: sovraffollamento, puzza, totale mancanza di privacy, freddo d’inverno, caldo d’estate, compagni di branda malati… Helmut si commuove, anche suo nonno fu internato qui. In ogni baracca vi era un Kapo scelto dalle SS. Per questi incarichi erano selezionate persone violente, spesso criminali di professione. Questo rendeva ancora più dura la vita dei prigionieri che spesso subivano angherie anche dai Kapo. Originariamente Mathausen contava 5 file di 20 baracche ciascuna. La baracca 1 era adibita a uffici amministrativi, vi erano conservati tutti i documenti riguardanti entrate e decessi dei detenuti. Durante i primi anni di guerra, questi uffici inviavano alle famiglie dei deceduti lettere di condoglianze e di spiegazioni (ovviamente false) per la loro morte dei loro cari, deceduti nonostante tutte le cure prestategli. Poi, visto l’aumento dei decessi e le fallimentari sorti del conflitto, queste lettere non furono più inviate. Alcuni giorni prima della liberazione i comandati del campo cominciarono a bruciare i documenti ma alcuni detenuti riuscirono a salvarne una parte. Dalla baracca 2 alla 18 vivevano i deportati impiegati per i servizi e per i kommandos che lavoravano nella cava e in tutta l’Austria. Le baracche 19 e 20 erano separate da un muro, erano le baracche per quelli destinati alla morte entro 10/12 giorni dal loro arrivo. Nel 1944 la baracca 19 fu trasformata in tipografia di banconote false sfruttando i detenuti.

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