SONO DOV’E’ IL MIO CORPO

Fra le tante testimonianze, noi abbiamo scelto “Sono dov’è il mio corpo” scritto da un nostro concittadino, Piero Iotti.

Il 15 novembre 1944,  quando Piero aveva 18 anni, venne arrestato, insieme ad altri partigiani parmensi, e poi deportato prima nel lager di Bolzano e successivamente nel campo di Mauthausen.

Una volta tornato a casa, malato e debole, decide di affidare alla penna i suoi ricordi: le scene di vita quotidiana, le botte, le punizioni, la fame, il freddo, le malattie ma soprattutto la voglia di sopravvivere in quel campo dove l’indifferenza uccideva sempre più uomini.

Quel posto riduceva gli uomini in involucri vuoti. Li portava allo stato primordiale di esseri viventi capaci solo di sopravvivere. Si distruggeva tutto quello che c’era di umano in una persona, e i prigionieri, spesso, si rassegnavano a quella vita e alla morte imminente che li aspettava.

Qualcuno, fra questi Piero, è sopravvissuto e ha visto la liberazione, e con essa ha riavuto anche la dignità umana che gli era stata negata.

Riportiamo alcune citazioni da libro:

Fame: “Nel lager, quando veniva distribuito il poco pane giornaliero. Se non si stava attenti, un colpo al gomito poteva farlo volare: neanche il tempo di accorgersene ed era scomparso nel mucchio.

Scala della morte e lavoro: “Centottantasei gradini. La ripida scalinata cade nel vuoto.

Oggi si potrebbe quasi scambiarla per un rudere, per l’accesso di un tempio antico o un monumento.”

“I prigionieri dovevano salirla trasportando blocchi di pietra; qualcuno cadeva non reggendo il peso, altri per il dispetto di un kapo’ in vena di scherzare. Cadere con una pietra addosso, travolgere altri, infortunarsi gravemente, marcare visita e finire presto nella camera a gas. Oppure restare li, sfondati dal masso o dai colpi di un aguzzino.

La cava era un luogo speciale; si moriva in pochi giorni ma, salvo “disgrazia”, non prima dello sfinimento.”

 

Liberazione: “Chi aveva patito come me e Bocconi, cercava però di stare attento: troppi nell’entusiasmo della liberazione, a Mauthausen, s’erano strozzati col cibo morendo di indigestione. Poteva bastare qualche patata in più.”

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